18.03.2014

Uno studio del Cesi evidenzia le perdite economiche e funzionali derivanti da una riduzione dell’ordine

Fanno ancora discutere le dichiarazioni del ministro della Difesa Roberta Pinotti sull’impegno dell’Italia nel programma F35. Sui cacciabombardieri, aveva detto il ministro a Sky Tg24, “è lecito immaginare che si può ripensare, si può ridurre, si può rivedere”. Pinotti aggiunge che prima di tagliare o ridurre “bisogna chiedersi: vogliamo un’aeronautica? Dobbiamo chiederci che tipo di difesa vogliamo, quale tipo di protezione ci può servire. C’è un impegno assunto dal governo, aspettiamo la fine dell’indagine conoscitiva per prendere una decisione”.

Una politica di riduzione che sarà applicata all’intero settore. “Passeremo da qui al 2024 da 190mila soldati complessivi a 150mila, e già nei prossimi anni arriveremo a 170mila”. Così la ministra della Difesa. “Inoltre, chiuderemo 385 caserme e presidi. Entro un mese – annuncia Pinotti – porterò il provvedimento in Cdm e attiverò una task force per le dismissioni”.

Parole che hanno aperto un acceso dibattito in ambienti politici, militari e industriali nel paese. Un contributo a tali discussioni arriva da un approfondito studio del Cesi, il Centro Studi Internazionali, “Il Programma F35 in una prospettiva italiana”. L’Italia, come è noto, impegnata ad acquisire 90 esemplari del nuovo cacciabombardiere di quinta generazione, rispetto ai 131 inizialmente previsti: un taglio di 41 esemplari deciso durante il governo Monti.
In questo studio si sottolinea come una rinuncia al programma provocherebbe un considerevole gap dal punto di vista operativo, mentre sotto il profilo finanziario, industriale e politico – sebbene non vi siano penali vere e proprie in caso di rinuncia all’acquisto – si perderebbero due miliardi di dollari già spesi dall’Italia per la partecipazione allo sviluppo del velivolo e per la costruzione della “Faco” di Cameri (Novara), cioè la linea di assemblaggio finale degli aerei italiani e, al momento, anche olandesi.

Anche una riduzione dell’ordine – scrivono dal Cesi – produrrebbe un vulnus importante delle capacità operative, con il rischio di non essere piu’ all’altezza dei principali partner occidentali, e “rappresenterebbe un notevole spreco di risorse economiche considerato che la linea di montaggio di Cameri opererebbe su regimi produttivi assolutamente fuori scala rispetto a quanto progettato inizialmente”. Non solo. In questo caso, infatti, “sarebbe tagliato proporzionalmente da Lockheed Martin anche il ritorno industriale previsto per il nostro Paese con un ulteriore considerevole danno economico”. Per intenderci quando l’Italia ha annunciato che avrebbe acquistato non più 131 caccia ma 90, Lockheed Martin ha tagliato da 1.215 ad 835 i cassoni alari commissionati ad Alenia Aermacchi.